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23 marzo, Robert Capa a Nuoro

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(vedi anche la galleria correlata all'escursione)

robert-capaRobert Capa è sicuramente uno dei fotografi più famosi del XX° Secolo. E' stato, senza ombra di dubbio, il più grande fotografo di guerra; sempre in prima linea sia che si trattasse di documentare la Guerra Civile Spagnola od immortalare le avanguardie durante le prime concitate fasi dello Sbarco in Normandia. Un impegno nel voler documentare ciò che accadeva in prima linea (e non come altri fotografi che arrivavano una volta “bonificato” il teatro di guerra) che l'ha portato a calpestare una mina in Indocina e morire a soli 41 anni. Quarantun anni vissuti pericolosamente, direbbe qualcuno, ma che ci hanno lasciato una traccia indelebile del suo percorso umano, professionale ed artistico. Ma Capa non è ricordato soltanto per essere stato un grande fotografo di guerra ma anche per aver fondato, nel 1947, la Magnum Photos insieme ad Henri Cartier-Bresson, David Seymour e George Rodger. E proprio dalla collaborazione con la Magnum che il M.A.N. di Nuoro è riuscito a portare nel capoluogo barbaricino le più belle immagini di Robert Capa che, dopo quelle di Henri Cartier-Bresson e Werner Bischof, chiudono il ciclo di collaborazione tra il museo nuorese e la famosa agenzia fotografica. Il Circolo Fotografico le Conce, non poteva farsi scappare l'occasione di andare a vedere le opere di uno dei grandi maestri della fotografia mondiale.

Così, incuranti delle previsioni che davano allerta meteo ai piedi del Monte Ortobene, con tanto di chiusura di una delle gallerie che perforano il sottosuolo nuorese, di prima mattina, i soci del Circolo, partivano alla volta di Nuoro. Si sa che azzeccare le previsioni del tempo è più difficile che fare un terno al lotto così come, dopo i tragici eventi del novembre del 2013, è risaputo che gli “allerta meteo” vengono diramati con una facilità disarmante. Tant'è che le uniche nubi presenti all'orizzonte, hanno poco a che fare con quelle minacciose che avrebbero dovuto scatenare l'ennesimo annunciato nubifragio. Anzi, a ben guardare, si tratta di belle nuvole di maestrale, bianche, soffici e corpose che rendono i panorami barbaricini ancora più entusiasmanti di quanto non lo siano normalmente.

Nuoro è sicuramente la città sarda che maggiormente ha sofferto della crisi che da qualche anno attanaglia l'Europa intera. Vedere però una città, un capoluogo di provincia, con le vie principali con tutti i negozi chiusi e, soprattutto, senza persone in giro, mette tristezza e fa anche riflettere. Nuoro è una città strana, ambigua, direi, per la doppia faccia che esprime. E' la città che ha dato i natali all'unico premio Nobel donna della letteratura italiana, allo scultore Francesco Ciusa, al poeta Sebastiano Satta, all'intellettuale Attilio Deffenu, eppure, tutta questa cultura sembra rimasta confinata in ambiti troppo ristretti, fors'anche poco valorizzati. Tutto passa in secondo piano e Nuoro ha ancora la fama di essere soltanto un paese troppo cresciuto ma anche il centro posto nel cuore dei luoghi del banditismo isolano.

Il M.A.N. è una delle tante realtà nuoresi che esacerbano questa ambiguità; da anni è uno dei più importanti musei isolani che, poco a poco, è riuscito a crearsi il suo spazio con continue mostre di richiamo internazionale. Al primo piano del museo è ospitata una selezione di fotografie di sei progetti del concorso Sardegna Reportage. Il tempo che destiniamo alla visione di queste foto è pari alla qualità delle stesse! Ma è anche la fretta di vedere le opere di Capa che ci conduce repentinamente in direzione delle scale che conducono al secondo piano del museo dove parte la mostra per la quale ci siamo alzati all'alba.

Lo sviluppo della esposizione è strettamente cronologico ed inizia con le foto scattate nel 1932 durante un comizio di Trotsky tenutosi a Copenhagen. Non si tratta di foto di guerra, così come non lo sono neanche quelle successive scattate a Parigi tra il 1936 ed il 1939 durante il periodo del governo del Fronte Popolare.

Il Capa che tutti conosciamo si inizia a riconoscere con le foto scattate durante la Guerra Civile Spagnola. Non c'è solamente la famosa foto del miliziano colpito a morte (della quale si dibatte ancora riguardo la sua autenticità) ma numerose altre immagini che documentano l'atrocità di quella guerra raffigurata nei volti dei soldati repubblicani stremati al fronte o della popolazione civile in mobilitazione durante le incursioni franchiste.

Le foto proseguono nelle varie sale del M.A.N. in un susseguirsi di eventi sapientemente documentati da Capa con uno stile asciutto che non lasciava spazio ai fronzoli ma raccontava la cronaca anche in maniera brutale e decisa. Così, dopo una rapida incursione in Cina durante la seconda guerra sino-giapponese, torna in Spagna sino al termine della Guerra Civile per poi seguire, dopo un paio di anni senza avere incarichi professionali, le truppe Alleate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Le immagini che ci accompagnano in questa sezione della mostra sono quelle che l'hanno consacrato come il più grande fotoreporter di guerra. I primi lavori sono a Londra dove immortala i sudditi di Sua Maestà sotto i bombardamenti nazisti del 1941. Successivamente va al fronte, in Nord Africa, a seguire l'avanzata delle truppe Alleate verso la Sicilia poi su per lo stivale verso la linea Gustav.

Dal Sud Italia, l'impegno documentaristico di Capa si sposta nel Nord Europa: c'è da documentare lo sbarco in Normandia sulla spiaggia di Omaha Beach al seguito delle truppe americane.

Le foto dello sbarco, pur viste decine di volte, trasmettono ugualmente quel senso di drammaticità come se fosse la prima volta che si vedono. Forse il contesto nel quale sono inserite, forse il formato ben più grande di quello che solitamente si guarda sulle pagine di un libro, ci calano direttamente in quelle concitate fasi della prima ondata dello sbarco delle truppe Alleate sul suolo francese. Viene immediatamente da pensare cosa ci fosse in quelle altre decine di immagini andate perdute durante la fase di sviluppo dei rullini. Bastano comunque gli undici fotogrammi che si sono salvati, per farci capire la follia e la temerarietà di Capa.

La fase culminante della mostra è oramai raggiunta, il picco è stato appena ammirato e con un andamento sinusoidale di alti e bassi emotivi, si prosegue sino alla liberazione di Parigi, si giunge alla Berlino devastata dopo la resa del regime nazista, si vola nelle tranquille pianure della Unione Sovietica postbellica e si conclude in Israele, durante la nascita dello stato ebraico.

Quando guardi un film biografico, e sai che il personaggio rappresentato morirà, speri ugualmente che non accada, speri che vada a finire diversamente da come la storia ti ha sempre raccontato. Così, quando entriamo nella sala che ospita le ultime immagini scattate da Capa pochi giorni prima di morire, speri ugualmente che non siano le ultime. Hai la speranza di vederne delle altre, ma così non è. Un attimo di tristezza ti coglie ugualmente ma riflettendo sulla sua breve ma intensa vita, realizzi che Robert Capa non avrebbe mai potuto vivere da pensionato su una spiaggia di Miami. Sicuramente il suo mito è stato alimentato dalla sua morte prematura, dal suo stile di vita libertino in compagnia di belle donne, partite a poker e grandi bevute con degni compagni di merende. Capa è stato questo, un fotografo unico nel suo genere.

C'è posto ancora per una decina di scatti realizzati a celebrità dell'epoca, utili a ricordare che Capa non era solamente un fotografo di guerra ma un professionista capace di trovare lo spunto interessante anche quando intorno a se l'aria non era pervasa da pallottole o aerei di guerra.

L'Ortobene sta a Nuoro come il Monte Olimpo sta alla antica Grecia. Il paragone è sicuramente esagerato ma la venerazione che hanno i nuoresi per la loro montagna cittadina, è seconda solo alla forte simbiosi che legava l'Olimpo alla antica civiltà ellenica. Eppure, se non avessi letto di trovarmi lungo la ascesa della montagna cara a Grazia Deledda, avrei pensato di trovarmi sul Monte Olimpo e di aver sfidato gli antichi Dei, tanto forti sono le forze di Eolo. Il maestrale è intenso, pur offrendoci belle ed interessanti nuvole dal notevole spunto fotografico. La statua del Redentore, sferzata dal vento incessante e fastidioso, rimane immobile, noncurante di una manciata di fotografi della domenica che cercano lo spunto giusto per la foto del giorno. Non ce la sentiamo di sfidare ulteriormente Eolo, sebbene ci sentiamo rassicurati dalla presenza della statua del Redentore. Malgrado ciò, il panorama di cui si gode, è altamente spettacolare.

Il nome di Orgosolo, per certi versi, è ancora legato ai sequestri di persona, retaggio di un passato oramai lontano ma difficile da scrollarsi di dosso. E' vero, il cartello con il nome del paese è crivellato dai buchi di una fucilata a canne mozze, ma sfidando i luoghi comuni, ci si accorge che al di la di quel cartello impallinato, c'è una comunità che vuole dimenticare il suo triste passato.

Oramai, Orgosolo, è più famosa per i suoi murales che per le imprese dei banditi. Banditi a Orgosolo è per fortuna solamente il titolo di un vecchio film, e non più il titolo di apertura di un telegiornale o la prima pagina di un quotidiano. E sono proprio i murales che ci portano a visitare il paese barbaricino a due passi da Nuoro.

L'accoglienza che ci rivolgono gli orgolesi è tipica dei paesi dell'interno ma ho come l'impressione che vadano oltre. Tutti i passanti ci salutano, le vecchine in abito nero e scialle in testa, si fermano a parlare con noi, un negoziante di souvenirs ci apre il suo negozio fuori orario, qualcuno ci da indicazioni sui posti maggiormente meritevoli di visita. E' come se tutto il paese ci tenesse ad accogliere nel miglior modo possibile i forestieri che si recano a visitare il centro.

Ma siamo pur sempre nel nuorese: al bar dove prendiamo un caffè, un giovane ragazzo poggiato al bancone, è annegato in una Jchnusa e si porta sulle spalle una sbronza molesta. Ci riconosce come forestieri ma ci parla ugualmente in barbaricino tra il provocatorio e lo scherno. Non ci infastidisce più di tanto e quando usciamo dal locale, lo lasciamo in compagnia dei suoi fantasmi.

Circa centocinquanta murales abbelliscono le facciate di molte case orgolesi. Il più vecchio risale al 1969 ma fu un caso isolato, l'inizio vero e proprio si ebbe dal 1975 in poi con un susseguirsi di messaggi perlopiù sociali, politici e di cronaca. Alcuni sono molto semplici, altri più elaborati, molti sono colorati, altri sono in bianco e nero come vecchie foto, qualcuno prende spunto da opere d'arte famose e tantissimi sono accompagnati da commenti scritti con calligrafia da prima elementare.

Sarebbe impossibile vederli tutti nel poco tempo che abbiamo ancora a disposizione. A malincuore dobbiamo dirigerci verso le auto e prendere la direzione di casa; riserviamo ad un'altra volta la visione di quelli che non abbiamo potuto vedere oggi. Orgosolo, coi suoi murales, è un cantiere in continua evoluzione, non terminano mai, ce ne sono sempre di nuovi, una visita ogni tanto, bisogna pur sempre farla. Mentre lasciamo il paese passiamo davanti ad un murale pacifista, la giusta conclusione ad una giornata iniziata con la visione delle atrocità della guerra.

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